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giovedì 25 luglio 2013

Un universo tattile e poliedrico...


IL DIO DELLE PICCOLE COSE
di Arundhati Roy


Una storia d’amore che, se fosse ambientata nell’Europa contemporanea, sarebbe al massimo un po’ travagliata, ma che invece, nella realtà dell’India anni ’60, è soprattutto pericolosa e irta di dolore.

Ricostruita attraverso gli occhi ingenui di due gemellini, Esta e Rahel, ci apre le porte di un mondo nuovo, purtroppo dominato da convenzioni, pregiudizi e perbenismo.

Poetico, sfuggente, profondo e stratificato, il romanzo risulta ancora più avvincente grazie alla trama non consequenziale e al generoso uso dei flashback.

La fine è già nell’inizio, ma ugualmente la vicenda si dipana sorprendendoci (specie nel finale) e incuriosendoci, aprendo digressioni, ampliando e riducendo la prospettiva, addizionando fatti, riflessioni, pensieri, intimi e ineffabili, in uno stile ammaliante e personalissimo, fatto di termini indiani e atmosfere rarefatte.

Non ci si limita a narrare degli sventurati amanti, che sono solo il nucleo centrale e più drammatico in cui vari intrecci (o parte di essi) convergono… La trama, quasi di dimensioni epiche, coinvolge, infatti, l’intera (e per lo più detestabile) famiglia di Amnu (madre dei due bambini e incauta innamorata protagonista del libro), e anche l’India in generale, con le sue ricchezze e le sue contraddizioni, il suo ieri e il suo oggi, in un universo tattile e poliedrico che è emozionante scoprire.

Suggestivo.

E triste.

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